L'ultracentennale esperienza
accumulata nel settore, fa
della ditta Scotti un'altra valida testimonianza del lavoro cremasco
anche in campo internazionale. Dall'antico laboratorio di via Stazione
a quello in via Monte di Pietà, quindi in via Milano, nel
dopoguerra, in via Carlo Urbino, e infine, nel 1999 nella nuova sede in
via Everest, i cannifonisti della ditta Scotti si sono sempre distinti
per l'alto livello di professionalità e la valentia nella
perfetta armonizzazione del suono delle singole canne secondo la gamma
cromatica dei vari registri.
Un tempo numerose e molto
frequentate, le botteghe dei
costruttori di canne per organo sono andate lentamente ma
inesorabilmente scomparendo. Sembra che oggi, su tutto il territorio
nazionale, quelle sopravvissute si possano contare sulle dita di una
mano. Forse perchè i vecchi artigiani, di provata
esperienza, non hanno più trovato garzoni disposti a
imparare l'arte e ad apprendere i segreti di bottega. Forse
perchè la modestia, la pazienza, la gran voglia di fare,
ingredienti necessari per chi vuole cominciare, restano tuttora
qualità molto impegnative. O forse perchè
è venuto meno lo spirito di intrapendenza, il coraggio di
iniziare con fatica e sacrificio pur nell'incertezza di un immediato
guadagno.
Ma chi è il
cannifonista?
La sua figura, nel variegato mondo dell'arte musicale, è tra
quelle meno conosciute. Più popolare è invece
l'organaro che identificandosi con il proprio manufatto, l'organo,
presente sia nell'imponente cattedrale di città che nella
piccola chiesa di paese, ha raggiunto una diffusa e consolidata
notorietà.

A ben guardare, più
che l'organo nella
complessività delle sue parti, in genere nascoste anche
all'occhio dell'osservatore più attento, ciò che
colpisce per l'impotenza e la maestosità è il
corpo fonico, cioè le canne, in particolare quelle di
facciata il cui valore estetico esalta lo strumento anche sul piano
architettonico. Alle canne quindi è rivolta la massima
attenzione sia da parte dell'osservatore profano che, soprattutto,
dell'organaro, il quale, proprio per l'alto grado di specializzazione
richiesto, si avvale spesso della collaborazione del cannifonista, vero
artefice del complesso fonico dell'organo. E' il cannifonista che,
guidato dal suo intuito, applica le leggi fisiche, valuta i rapporti,
sviluppa i volumi, consentendo all'organaro di neutralizzare le
interferenze e predisporre l'amalgama in cui si sciolgono i timbri
particolari. Le canne, che rappresentano dunque l'anima
dell'organo, sono costituite da un cilindro in cui l'energia pneumatica
si trasforma in vibrazione sonora. Divise in due gruppi, di facciata e
interno, sono costruite con metallo o legno e, in tempi antichi, anche
con cartone, vetro e metalli preziosi. In relazione al meccanismo di
emissione del suono si dividono in sue grandi famiglie: canne ad ancia
e ad anima.
E' di queste ultime, e
più precisamente
quelle di metallo, che la ditta Scotti si occupa da sempre, ad
ulteriore conferma che solo una specializzazione seria e mirata
consente di raggiungere eccellenti risultati. La canna è
distinta in tre parti: piede, anima, corpo. Il corpo è un
rettangolo che, piegato e saldato secondo la lunghezza,
assumerà l'aspetto di un cilindro.Il vertice è un
cono con il vertice in basso munito di foro che si raccorda al buco del
somiere. La massima circonferenza del piede è uguale a
quella del corpo. L'anima
è una lamella saldata tra piede e corpo che strozza il
passaggio all'aria determinandone le vibrazioni. La lavorazione ha
inizio con la trasformazione dei blocchi di metallo in lunghi e sottili
fogli di lamiera. Attraverso un ciclo interamente realizzato
nella nuova sede in via Everest 4/6 ed eseguito, ora come un tempo, nel
faticoso provare e riprovare, migliorando con sapienza ed arte ogni
pratica, i pani di metallo vengono fusi e lavorati fino ad essere
trasformati in snelle e lucenti canne dalle svariate forme e
dimensioni. Dalle piccole, di pochi centimetri, alle gigantesche di 10 m
di altezza e 110 kgdi peso, queste
meravigliose canne fanno bella mostra di sè installate su
organi di tutto il mondo: a Cremona come a Lourdes e New York, in
Belgio come in Brasile o in Svizzera, ovunque vanto dell'arte cremasca.
La lavorazione successiva consiste nell'assottigliare la lastra fino ad
ottenere lo spessore desiderato. Anticamente l'operazione avveniva
piallando a mano, mediante un particolare attrezzo la «galera»,
mosso avanti e indietro da due persone. Il termine stesso, ancor oggi,
ben esprime la misura della fatica spesa nel suo uso. Abbandonata la «galera»
tra gli affettuosi ricordi e la nostalgia per un mondo in cui
sacrificio e soddisfazione, stanchezza e piacere per l'opera ben fatto
hanno rappresentato l'intima natura del lavoro artigiano, oggi identico
risultato si ottiene ricorrendo al tornio. Qui la lastra, fissata alla
parete della macchina, viene calibrata per mezzo di punte speciali che
provvedono a levigare e asportare dal foglio il materiale in eccedenza
fino ad ottenere uno spessore uniforme.
Poi
con l'ausilio di apposite modine, tabelle di conversione della misura
dei diametri nelle relative circonferenze, vengono segnate sulla lastra
le dimensioni del corpo della canna; quindi si comincia a tagliare.
Ancor oggi questa operazione viene eseguita con utensili che
l'artigiano fabbrica da sè, secondo esperienza: un vecchio
rasoio da barbiere, con opportune modifiche, diventa allora un ottimo
attrezzo da taglio come pure un tondo di ferro, curvato ed affilato ad
arte, si rasforma in un «crocetto»
per incidere le lamine di metallo. Tracciata la forma del corpo
corrispondente con un determinato registro, si procede a segnarne la
bocca attraverso la quale verrà emessa la nota; l'apertura
della bocca avverrà
solo quando il corpo avrà assunto la sua caratteristica
forma cilindrica. A seconda del registro a cui è destinata e
in rapporto al diametro della canna, la bocca potrà avere
larghezze diverse. Dopo aver liberato la lamina precedentemente
tagliata dalla patina grassa e dalle macchie utilizzando il bianco di
Spagna, si procede a spalmare sui due lati prossimi alla saldatura la
terra rossa, sostanza ottenuta mescolando rosso inglese, bianco di
Spagna e colla di pesce, al fine di proteggere la tuba dal rischio di
surriscaldamento che la successiva saldatura comporta. I fogli vengono
quindi avvolti intorno ad un'anima di legno, e sagomati a guisa di
cilindro percuotendoli con un bastone, quindi predisposti per la
saldatura. Terminata questa operazione, la tuba viene ripulita dalla
terra rossa e passata con cera per assicurare una migliore aderenza tra
le parti saldate. Contemporaneamente viene preperato il «
piede », a forma conica, che diventerà
la sezione di raccordo fra il corpo della canna e la base d'appoggio
sull'organo. Secondo un antico proverbio milanese, «
un mestiere è un granaio », che non
lascerà mai la pancia vuota. Così è la
ditta Scotti che, come conferma l'attuale titolare signor Luca, ha
lavoro già programmato per parecchio tempo.

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